pope

critica

Luigi Perisinotto, 2009

Una nota filosofica sull’opera di Pope


Nell’opera di Pope ogni casualità viene bandita; quello che domina e la pervade è quella che vorrei chiamare “la cura per l’imprevedibile”. Da sempre, ma con maggiore evidenza rispetto alle opere degli ultimi anni, è questa la indicazione – e la provocazione – che da filosofo mi è venuta dalle opere dell’artista.
Mi spiego molto brevemente. La casualità non è altro, come qui la intendo, che un residuo; il resto di una nostalgia per un ordine inutilmente perseguito o per un senso vanamente ricercato. Tutto appare casuale a chi vive ancora sotto la suggestione – e la seduzione – di un ordine che sia l’ordine e di un senso che sia il senso. La casualità è, in questo senso, sempre l’esperienza di una mancanza e di una perdita, senza tuttavia la consapevolezza che ciò che si ritiene perso o ciò che si confessa smarrito era qualcosa di illusorio; di radicalmente illusorio. La casualità è così, potremmo quasi azzardare, l’ultima illusione di un’illusione. E’ per tutto questo che la casualità si coniuga solitamente e in maniera del tutto comprensibile con l’indifferenza per ciò che accade e ci accade. E’, quella della casualità, un’esperienza senza stupore. Ciò che accade è solo e sempre di nuovo qualcosa di casuale. In questo senso, essa non è neppure un’esperienza, bensì una metafisica che rende e dichiara tutto eguale, egualmente casuale, per l’appunto. Ma, sempre in questo senso, essa non può essere la metafisica di un artista perché non vi è arte senza differenza così come non vi è artista senza lo stupore per la propria stessa opera. Potremmo quasi dire con una certa enfasi che per una metafisica della casualità non vi sono letteralmente opere né artisti.
Spesso “imprevedibilità” è considerato solo un altro nome della casualità. L’opera di Pope ci insegna a fare la differenza; anzi, a considerarla una differenza essenziale. Mentre il casuale incombe su di noi, l’imprevedibile è qualcosa di cui occorre aver cura; all’imprevedibile occorre fare spazio. L’opera è, potremmo azzardarci a dire, questo fare spazio all’imprevedibile. L’imprevedibile, in questo senso, non si oppone all’ordine; non ne è o testimonia l’assenza, ma è ciò che solo nell’ordine più rigoroso può emergere e, dunque, stupire e fare la differenza. Questo movimento non appartiene ovviamente solo all’arte, ma per l’arte rappresenta senza dubbio un movimento essenziale; quel movimento senza del quale essa non sarebbe. Nell’opera di Pope c’è questa cura per l’imprevedibile dalla quale, non appaia paradossale, deriva innanzitutto il rigore delle sue opere. Potremmo anche dirla diversamente: l’arte di Pope è un’arte sperimentale e di essa vale ciò che vale di ogni vera sperimentazione: solo chi sperimenta con tenace rigore l’orizzonte di ciò che è dato può davvero eccederlo, indirizzando così il nostro sguardo verso dove mai avremmo pensato di guardare e rendendoci capaci di accogliere ciò che non sapevamo nemmeno di attendere.


       

< torna all’indice delle recensioni critiche