pope

critica

Isabella Panfido, 2009

Il bianco vorace di Pope.


C’è qualcosa che sgomenta nelle tele di Pope. Qualcosa che si intuisce e non appare, che emana dalle larghe superfici bianche che caratterizzano da decenni l’opera del pittore di Portogruaro.

E’ forse il tempo e non lo spazio la reale ossessione pittorica di questa artista che afferma di dipingere sempre la stessa idea e che confessa di trascorrere moltissime ore del suo tempo di studio e ricerca pittorica ad osservare la tela nei diversi stadi della creazione.
Tempo per meditare, ipotizzare, calibrare, tempo per dipingere e cancellare, tempo per ricordare e elaborare.
Tempo per tradurre in gesto pittorico l’inquietudine e la gioia, il fragore e il silenzio, per trasformare il caos in cosmos. Quel cosmos, l’ordine della realtà, che possiede le tre dimensioni visibili, commensurabili, esperibili, quindi rappresentabili graficamente attraverso linee.
Ma la realtà, le cose, anche le infinitamente piccole, perfino le ombre, possiedono tutte una quarta dimensione: la linea, lo spessore temporale che non è graficamente riproducibile se non attraverso simboli, metafore, allusioni.

Il tempo, non la diacronia del singolo evento, ma la dimensione assoluta, il prima e dopo, il respiro dell’universo, il pneuma, il volto di Dio, l’ oltre che è altro, o quante altre approssimazioni si possano escogitare per definire quella presenza non visibile, è la quarta dimensione che assume la sostanza infinita e spaurente dell’ineffabile, quella dimensione che trascende la ragione e i suoi mezzi espressivi, che non trova parola, né immagine, né volume. ( Forse solo la musica, tra le arti, possiede la lingua capace di mostrare, mai dimostrare, la quarta dimensione, lo spessore temporale, ma è nella sua paradossale essenza proprio la musica a rendere fantasmatico quello spessore, nell’istante successivo all’ascolto: la linea temporale si dissolve nell’attimo stesso della sua apparizione).

Ed è questa linea impossibile, questo spessore impenetrabile, questa dimensione quarta, irrinunciabile e inconoscibile che Pope va inseguendo da sempre nelle larghe stesure, così come nelle minime bande cromatiche, nel gesto ampio del disegno coloristico tanto quanto nelle pennellate liminali .

Dalle iniziali scansioni optical dei Percorsi variabili, linee parallele, binomi cromatici appena percepibili, primo tentativo di ingabbiamento della dimensione temporale, immagine illusoria di una ipotetico addomesticamento del tempo, figlia verosimilmente della onnipotenza giovanile, la riflessione artistica di Pope si va via via adeguando ad una più conflittuale, meno estetizzante, relazione con l’elemento temporale.
Sconfitta la logica (e non l’estetica) del cronometrico ordine, turbato peraltro dallo sfasamento dei piani di supporto, nei Percorsi variabili ( annichiliti, nella fase ultima, dalla sovrapposizione dell’oro), irrompe nella superficie cromatica omogenea un attraversamento diagonale, oppure ortogonale e interrotto, di sfumatura più cupa del fondo, come una intrusione, una inarrestabile progressione di una presenza perturbante. E’ il ciclo delle Pagine di colore, nelle sequenze di trittici o composizioni multiple, dove la necessità di rappresentare il non rappresentabile, la sempre immanente dimensione temporale, pretende una estensione, una riproposizione dell’immagine; quasi che l’imprendibilità dell’intenzione iconica imponesse un continuo rimando, una prosecuzione ad infinitum: tele in appoggio, ciascuna inadeguata e insufficiente eppure necessaria e insostituibile, dotata di unità interiore, nella ossessiva ricerca del compiuto, dell’intero, del perfetto.

Poi, di quel colore così imperativo, pervasivo e saturo l’artista cancella ogni traccia; ricomincia da capo, ritorna all’origine del binomio spazio - tempo, annichilendo ogni probabilità di variazione, rarefacendo la gamma cromatica fino alla essenzialità bipolare del nero e bianco. Riassunte tutte le implicazioni cromatiche nell’assunto assoluto degli opposti, l’artista si attesta sulla ormai conclamata necessità narrativa di un gesto pittorico che dilaga nello spazio fisico, non solo rappresentato, ma occupato fisicamente da composizioni di tele di dimensioni variabili, diventate ormai il tic pittorico di Pope, il dato marcatore della sua compulsione a catturare il sempre fuggente tempus edax rerum di Ovidio, il divoratore delle cose.

E’ tempo quel bianco assoluto, minerale, abbacinante, quel bianco che ti risucchia. E’ vertigine, voragine, senza inizio, senza fine, cancellazione e presenza. Oltre il confine della tela, imprendibile continuum, nel moto da e verso l’ignoto, toccato e mai catturato, percepito e non visto. La dimensione del sacro in una percezione laica o, piuttosto, panica sottende ogni possibile composizione del reale, irrompe e perturba l’ordine delle cose, dà perentoriamente segno di un sé che è altro, irraggiungibile, eterno perché incommensurabile.
Così, azzardo immaginare, nascono quelle campiture, morsi bianchi nella superficie nera, delle opere facenti capo al ciclo Gesto controllato, incistamenti di materia di candore assoluto nel più domestico nero, grembo e custode di colori che, smarginando qua è là, segnalano la presenza di sé, elementi compositivi essenziali proprio perché in forma di lacerti, lapsus cromatici, res, realtà, diventata margine, confine incerto, parvenza, in grazia o a causa della divorante pervasività del bianco/tempo.
Oppure, al contrario, sulla spaesante superficie candida si vanno agglomerando isole di materia, palizzate di colore, dighe di nero, bande ad alta frequenza cromatica, erette quali barricate di resistenza contro la dilagante, la disadorna perfezione della luce assoluta, poiché, come scriveva Malevič – così presente e caro a Pope- ‘il pittore non mette a punto il colore e la forma prima che non sia sorta nella sua immaginazione la luce che egli ha sentito, perché è la sensazione che determina il colore e la forma’.

Così maturano le serie ‘giapponesi’ delle pittografie, linee di agglomerazione di pulviscolo cosmico di un nero granuloso, vitale, sui fondi stratigrafici di bianchi siderali, rarefatti segnacoli scuri, fragili incursioni di spazio, magnetismo terrestre, nella luce.
Il tempo rispetta il patto di alleanza con lo spazio, a cui sono riservate le furibonde gamme cromatiche in sovrapposizione, il tempo di Pope è nitore rappreso, algida superficie vibrante, acuminata.
L’occhio necessita di una cova, una sosta, una nicchia di quiete, per affrontare il disorientamento del bianco, il mistero del sacro l’essenza profonda, assoluta del tempo. Crescono così sulla superficie, appena percettibili rilievi, ispessimenti delle velature dello stesso bianco, si creano sottili strati - trincee, visibili solo in grazia di luce, dove lo sguardo trova una cesura all’espansione, un respiro; nascono così, voglio credere, le stesure di sabbia dalle grane diverse, sopra e sotto gli strati di bianco, come pause, posatoi dello sguardo, nell’immutabile perentorietà di quel tempo bianco.


Eppure quel raggiunto equilibrio dell’antinomia di bianco e nero si spezza: Pope avverte imperativamente l’esigenza di non assecondare la forma che è stasi, incistamento, maniera. L’equilibrio è infatti dinamismo, infrazione e riallineamento; l’artista scompagina allora ancora una volta i moduli pittorici verso nuovi sconfinamenti nella luce: entra nel Tempo della pittura.
E’ la dimensione temporale che esonda e si riversa in quegli squarci candidi che si aprono come voragini e interrompono la fissità vibrante del colore acceso, è il racconto impossibile della quarta dimensione che Pope instancabilmente affronta ricorrendo a tutta la energia materica del colore: al nero si alternano i complementari, i rossi dominanti, le vaste lastre di verde smalto, l’urlo del giallo puro, energia cromatica chiamata a raccolta per fronteggiare l’avanzata lenta, inarrestabile del bianco divoratore delle cose.
 

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