pope

critica

Rinaldo Fran – Burattin, 1967

Ho potuto incocciare nel bel faccione florulento di Pope una sola volta, pronubo il diretto intervento d’un suo estimatore dai gusti sorvegliati e dalle scelte piuttosto difficili come sa essere quell’amabile, civilissimo zanzero ch’è il collega Abis. Un incontro che è bastato da solo a determinare, anzi a sprigionare il genio - è un genio - dell’amicizia, attese certe irrazionali consonanze spirituali che si interpolano singolarmente attardandosi, da parte mia, addirittura fino ai lontani studi all’Accademia fiorentina, studi saltuari o frammezzati da ogni sorta d’attività, come il mestiere del grafico pubblicitario, del radiocronista dalla voce calda o del giornalista alla bracca d’un posto più o meno al sole, per tacere dei miei trascorsi ludistici di cursore, di mezzofondista alquanto brocchetto od asfittico anfanante da uno stadio all’altro di mezza Europa.

Donde un empito, uno scoppio subitaneo di simpatia sull’abbrivo, appunto, di certe paturnie o di certi innocui venerdì in meno alla base del nostro temperamento di inquieti dalla facile germinazione sentimentale. Ebbene, se il volto paciale, atticciato di questo atipico ragazzone (nondimeno, l’occhio ti frulla, ti bulina come per inventariarti
d’acchito, incapace, tuttavia, d’un approdo atto a conciliare dei momenti di sosta) potrebbe suggerirti l’immagine, che so io, d’un allievo o d’un apprendista immersosi nel “milieu” dell’Accademia più che altro per uno sfizio di casuale “transfert” o per “epater”, semmai, i cari compari della parrocchia natia, l’opera di questo gagliardo “ribelle” dal colorito che schiatta fior di salute, non tarda a indurti al più attento segno di rispetto.

Ossessionato da un’urgenza di rigore assoluto, condizionato anzi da una componente inalienabile - la forma intesa come ritmo spaziale, fenomenico, ripartito o scandito all’insegna d’una misura colma di silenzi dilatati anche se non alieni da un impegno creativo del colore, esperito quasi sempre con un suggestivo quanto costruttivo sentimento pittorico della materia - Pope impersona un po’ la figura o il prototipo dell’iconoclasta eversore d’ogni intendimento scolastico, almeno di quello programmato,
per così dire, dalla prassi o dalla tradizione: un vocato, un predestinato all’anarchia positiva o costruttiva: vero è che dietro certe sue climateriche impennate dialettiche in chiave reattiva, non tardi a reperire gli umori d’un ragazzo loico, armato di pungente sottigliezza, tuttora impelagato nei più veraci succhi terrestri.

Epperò quel suo attento allinearsi alle correnti più estremiste, quelle che inglobano le ricerche post-informali nate dalle ultime strutturazioni “ghestaltiche” e che i misoneisti più immarcescibili pigliano tuttora a bollare di velleitarismi modaioli. Da qui una metafisica sulla quale incombe la tangibile presenza d’una chiarezza mentale addotta soprattutto all’ordine, sì, ma dove la ragione speculativa e il sentimento deflagrante soccombono appetto a un rituale d’origine inconscia, onirica, germinato, esaltato com’è
da una dicotomia audace, aggressiva e tuttavia dai moduli casti ed incantati e dove l’essenzialità dei contrasti o delle cadenze simultanee (a proposito di classificazioni linguistiche più o meno opportune) potrebbe far pensare anche a un nucleo originario avente per abbrivo la lezione di Scanavino.

Una lezione non mandata a memoria ma assimilata nella confluenza di affini istanze sorte alla luce d’un’identica natura introflessa.

< torna all’indice delle recensioni critiche