[…] L’arte, dunque, è sempre astratta, indipendentemente dall’accezione che designa quelle esperienze che vengono così classificate. Astratta perché, negando si ai suoi improbabili referenti, si legittima concettualmente come autovalore, fuori da ogni oggettività “esterna”. Gioia e travaglio, dunque, del lettore (dello scrittore, nel mio caso), di fronte ad opere, come queste di Pope, che non godono di certezze preventive se non quelle poche riferibili alla storia, cioè alla ricca fenomenologia dei fa! ti artistici del nostro tempo; opere che, invece, reclamano quella incertezza tutta metodica della sospensione del giudizio per affidarsi alla “logica” (quella che Aristotele chiamava “analitica”), ad un esame puntuale della loro struttura […].
Per limitarmi ad alcune considerazioni sul lavoro di Pope, mi pare ineludibile, quindi, il carattere fondamentale di quell’esercizio: i segni e i sintagmi, il colore, la percezione e il senso. Il segno è elementare: una striscia che si replica, con effetti di pieno e di vuoto, in successione continua. Le strisce alternano due toni dello stesso colore, dato, in alcuni polittici, come dominante. Anche la sintassi è assai semplice: la relazione dei segni tra di loro si scopre al primo impatto con l'opera e regola nello stesso modo della ripetizione anche i polittici. La sola complicazione sintattica è data dall’obliquità delle strisce che ne gradua la lunghezza.
La percezione che ne risulta è ovviamente instabile, soggetta ad una specie di inganno ottico che smentisce la regolarità del tracciato e che, per altro verso, è allusiva a qualcosa che si compie oltre il quadro: una figura, anzi una serie di figure che si iscrive nel quadro solo parzialmente e che mentalmente invita a seguitare quei segni, a costituire altri ipotetici piani. Sicché il rapporto tra le linee e il piano prende inevitabilmente il senso di una coppia dialettica: simmetria/asimmetria.
Ma anche una virtuale duplicazione plastica del piano medesimo: le strisce più chiare appaiono più emergenti quanto più il colore germinale articola le sue scansioni, se non proprio le opposizioni, di tono. Più complesse risultano le strutture dei polittici in cui due tele monocrome portano i due colori che nelle tele attigue si segmentano e si alternano […].
Per concludere: la lunga “linea analitica” dell’arte moderna, giunta alle inquietanti proposizioni di Malevich e Duchamp e perfezionata dalle teorie escatologiche dei Kosuth e dei Reinhardt, hanno lasciato vivaddio aperta una strada alle vicissitudini del concettuale, ed è la strada che percorre Pope, quella indicata ad esempio dalla Minimal e dalla Nuova Pittura: è un atteggiamento e una pratica che indaga sui processi conoscitivi dell’arte nel momento stesso del fare arte, riunendo teoria e prassi nello stesso atto, senza indifferenze ultimative per la materia e la forma e riportando, attraverso il piacere del dipingere e l’impassibilità dell’astrazione, il pensiero lontano dal compiacimento per le proprie autoaserzioni.
Questa pratica materiale, svincolata da funzioni “seconde”, si giustifica così come una lavorazione del mondo non alienata, come un gioco della conosceza non solamente speculativa ma pratica per quella profezia di una società estetica che esso contiene.