Credo sia alquanto difficile dire di sè e delle proprie esperienze all’interno delle prospettive estetiche contemporanee, che, purtroppo, oscillano tra il riproporsi e il rimostrarsi, non scrollandosi di dosso le realtà e i momenti sociali che le hanno generate. Ogni artista viene così a misurarsi più con le proprie esperienze che con nuove tendenze artistiche, rinchiudendo nel “con/tenuto” (con-tenere) solamente la propria soggettività e la propria storia di artista.
Per questo le nuove opere di Pope narrano pittoricamente le conoscenze e i modi di fare arte esperiti in questi vent’anni: la costruzione geometrica - che rimane ancora la struttura fondamentale del suo ordine razionale - di quadrati, di rettangoli proposti in trittici, oscillanti nello spazio, ma ben definiti all’interno del campo della proposizione; il colore che riprende dagli ultimi monocromi, a loro volta rispecchiantesi nell’operazione “cancellazione-museificazione” delle velature e trasparenze bizantineggianti; […].
Tutta l’opera recente di Pope non va nè letta nè considerata all’interno di vecchie o neo-nuove correnti estetiche, ma come una narrazione pittorica soggettivamente personale, che negli stili e nelle forme emana tutta la tensione che il pittore non ha totalmente o parzialmente saputo concretizzare in passato, ma che si è venuta a definire proprio all’interno del conflitto tra soggettivo e oggettivo, nell’eterna contrapposizione del produrre e del vedere, nell’inconclusa tensione tra ordine geometrico e prepotenza espressivo informale, tra la pittura in quanto colore primario e puro o in quanto trasparenza, nel complesso esperimento sulla mutabilità e mutevolezza del colore, sulla sua definizione e percezione, tra la complessità della forma immaginaria e quella quasi scultorea che si viene a produrre nella costruzione del telaio […]