pope

critica

Elio Armano, 2002

Pope, traghettatore di rigore
Sembra ieri e invece è stata una quarantina d’anni fa che con Pope e qualche altro si faceva “squadra”. Lui da Portogruaro, io da Padova, avevamo nell’Accademia a Venezia un luogo dove lavorare e discutere. Maestri e assistenti ci avevano dato praticamente carta bianca e per noi, giovani artisti senza atelier, l’Accademia era una posizione “del fare” e nel contempo il crocevia e l’agorà dove misurarci con le ansie, i subbugli e gli entusiasmi che il nostro turno generazionale ci assegnava.

Tenevamo entrambi “L’Unità” in tasca come una bandiera eppure mai e poi mai, era un’idea comune, Pope pensò di mescolare la politica con la pittura. L’impegno civile era una cosa, il fare artistico un’altra. Come nella ricerca scientifica l’unico valore era la libertà assoluta e consapevolmente slegata da ogni pretesa di utilità: niente è più indispensabile del superfluo come musica, poesia, pittura ...

Così, senza nessuna concessione alle mode e ai fuochi di paglia riservati agli abitanti dei grandi centri, Pope, sorta di monaco senza regola e senza il conforto di confratelli con cui condividere orazioni e canti, ha lavorato da certosino a quadri su quadri, a immagini su immagini, ora godendo, ora disperando, intorno alle loro infinite variazioni. Era così a Venezia negli anni in cui dentro tele quadrate e scure collocava intriganti tondi di pittura astratta-espressionista, è stato così quando in incontri scanditi da lunghe manciate d’anni capitava di vedere i suoi lavori sempre più essenziali e mirati.

Un abbraccio, poche battute, un “ombra” di vino e sapevi che lui, stando nella sua Portogruaro, mentre tu ti illudevi di rincorrere chissaché, aveva lavorato senza mai perdere la tramontana. Con quell’appellativo dall’incerta origine infantile, con cui per altro a Venezia si chiama il barcaiolo, Pope, è certamente uno che sa leggere le stelle e navigare senza sosta traghettando valori rari, in pittura come nella vita: fedeltà, coerenza, rigore...

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