pope

critica

Paolo Patelli, 2001

Ci sono nell’arte degli “ordinatori”, nel senso che mettono ordine, dei “riduttori”, nel senso che riducono all’essenza; ebbene Pope è uno di questi. E una contraddizione interessante è che questo incessante operare nella direzione dell’ordine geometrico, questo depurare attentamente le scorie e le tracce epressionistiche non è una operazione conservatrice o pacificante, ma al contrario una istanza rivoluzionaria. La rivoluzione inizia dal mettere le cose in ordine: però questo ordine, questa purezza, non dà pace alla sua vita, che resta una ricerca inquieta.

Amo pensare che Robespierre togliesse la polvere dal tavolo ed allineasse le matite: e non so se Pope allinea le matite, probabilmente lo fa, o amo crederlo. (Che Guevara non aveva tavoli nè matite, temo). Un fatto accertato è che Pope distrugge moltissimi quadri del suo passato, e la totalità degli schizzi e dei progetti, cosa che non può che sconvolgere uno che come me ha il mito della “traccia”. Ma appunto, siamo diversi.

E lo fa senza curarsi minimamente della loro possibile e cosiddetta “qualità”, poiché non è questa che gli importa, né la registrazione di un operare, ma soltanto il tentativo di chiarificare il concetto stesso di pittura, di portarlo fuori dal fango espressivo, di affermare un concetto superiore di arte, un’arte che affermi la volontà di chiarire, di cambiare il mondo per il meglio.

Poi c’è, ben nascosto, uno sviscerato amore, un rispettoso affetto per alcuni, pochi, segretissimi maestri. E c’è, noto rifugio degli inquieti, un sincero attaccamento alla tecnica, al “ben fatto”, al supporto ed al pigmento. Questi astrattisti puri (?) mi sembrano a volte come i Templari, con i loro riti, il loro segreto, il loro Graal: che è questa loro pittura, astratta sempre, rivoluzionaria nel cuore, in qualche modo negata dalle mode, forse più simile alla filosofia che alla pittura. Solo chi abbia dipinto può capire quanto profondamente, a livello muscolare e motorio prima ancora che mentale, questa pittura sia diversa dalle altre.

E probabilmente è questo risalire ad un archetipo essenziale, che fa di certa pittura astratta più rigorosa una costante ripetitiva nella storia dell’arte contemporanea. Le matite in fila sul tavolo, insomma.

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