pope

critica

Massimo Bottecchia, 1973

Pope, la poesia dell’esatto
Mi ha colpito la forma fondata sul legame di variazioni rarefatte costruite di elementi recuperati da una estetica ottica, così sapientemente rivissuti, che quel che per assuefazione storica ci si attendeva usabile nient’altro che in una ardita frenesia ripetitiva, in Pope si esalta di tensione inconsueta attraverso la moderazione di un calcolo sensibilissimo […].

La purificazione gli è congeniale, spontanea, sfocia come risvolto di una coscienza naif anche contro i propositi di frattura e unifica le contrapposizioni pensate. Un candore che lo esclude da cavillose ovvietà di dialettico di moda e lo difende dall’aggressione della natura, che tuttavia compare anche se non appare, nella sua arte, assedia (lo si capisce proprio dall’esigenza riduttiva, che la propone nello schema) nei suoi inesorabili sottintesi nefasti.

Egli la pone come indicazione nostalgica o serena; è tuttavia rinuncia, fin nel suo nascere, per “altro” che è civiltà. A livello cosciente Pope, sembra o crede di respingerla, quest’ultima, rifiutarla, ma non per ingenui ritorni alle origini, ipocriti, se fossero in altri, ma piuttosto per una vittoria, invece, delle intenzioni. Egli realizza questa vittoria, nella lirica di un fatto dimostrativo.

La sua arte è appunto testimonianza, specchio di coscienza ben intenzionata. Indica il superamento della lotta con il mondo, fredda come una punta penetrante, o lo spera, in uno spostamento verso l’atto: in risalto di misura.

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